Mark Assente

Mark Assente was born in the year of Ziggy Stardust in Istanbul, son of a mixed couple that well reflected “the crossroads of nations and men”.
He has not studied in various parts of the world, he has worked in theaters, advertising agencies whose names he has also kept secret to his parents, faithful to the motto “Don’t tell my mom I’m an advertiser“.
Among the various proverbial and improbable professions that characterize the biography of every self-respecting writer, there is also an unsuccessful attempt to assert himself as a punk singer in a David Bowie tribute band. Settled in Italy in an unspecified marshy area , Mark published short stories on different anthologies, in Italian and English. While waiting for the publication of his first novel, he chose to debut on the Brain One Productions platform with the unpublished short story “La Valigia dei ’70“.
Yes, it’s in Italian, with a cover illustration by Tonia Gentile.

Before you start reading, here is the suggested soundtrack:

Gli aveva telefonato a casa una sera, mentre stava sparecchiando dopo la sua solita cena frugale da single. Era stato un errore. Un breve scambio di cortesie e poi saluti e una sera come tutte le altre. Però lei gli aveva ritelefonato la sera seguente, alla stessa ora, le ventuno, appena finita la cena. Era una persona educata, quindi non ne aveva fatto un dramma: può accadere di sbagliarsi due volte, a chi non capita? Magari il suo numero assomigliava a quello di qualcun altro di sua conoscenza e lei inconsciamente… anzi, aveva scherzato brillantemente su questo loro “appuntamento fittizio”.
Due battute e saluti.
Però l’episodio si era ripetuto anche la sera successiva. E la seguente. Sempre puntualissima alle ventuno spaccate.
La cosa incredibile era che ogni volta lei gli assicurava che non lo faceva mica apposta. Era assurdo, ma la donna era così convincente, così costernata per il ripetersi di quell’errore del tutto fortuito, diceva, che lui era stato lì lì per crederle, per quanto ad ogni telefonata la sua casualità risultasse sempre più incredibile. E poi quella voce…
Sera dopo sera, aveva finito per aspettare la telefonata di lei come un appuntamento fisso, sempre alla stessa ora. Ormai dalle venti e trenta contava minuto dopo minuto in attesa dello squillo, ogni volta temendo che la Donna delle Nove fosse sparita nel nulla da cui era misteriosamente sbucata. Anche perché quella voce gli ricordava qualcosa, anche se non sapeva esattamente cosa. Era un qualcosa che stava sepolto sotto le ceneri di un oblio durato alcuni decenni. Quasi come se non fosse mai esistito.
All’ottava telefonata delle ventuno si fece forza e le propose d’incontrarsi una volta di persona, così almeno avrebbero fatto la loro chiacchierata quotidiana guardandosi in faccia. Perché certe cose, anche sepolte da decenni, non si può proprio fare come se non fossero mai esistite.
Lei accettò di buon grado, sorprendendolo. L’appuntamento era per la sera seguente. Come sempre, alle ore ventuno. Alle ventuno ma dove? Alla stazione ferroviaria di Alto Reno Terme, quell’insignificante paesino in cui lui viveva da sempre, che aveva sempre incolpato del suo non aver mai combinato nulla d’interessante nella vita. Perché per fare qualcosa di bello, per conquistare una femme fatale dalle calze colla riga dietro o dar vita a una di quelle storie da romanzi mystery che leggeva per prender sonno, bisogna trovarsi a Los Angeles, ad Istanbul, almeno a Bologna, ma mica in uno sparso comune del sonnacchioso Appennino emiliano, dove tutti sanno che non atterrerà mai un ufo.
Invece lei era apparsa proprio lì, da quelle parti… in verità, non le aveva nemmeno chiesto dove abitasse, nongli sembrava una mossa da gentiluomo. Se gli aveva dato appuntamento alla stazione forse era perché anche lei veniva da un paese della zona, magari da Capugnano, o Berzantina… a lui piaceva immaginarsela a Speranza, paese in cui non era neppure mai stato ma con un nome così carico di promesse.
Silvia aveva detto di chiamarsi. Proprio come la sua prima fidanzatina del… sì, doveva essere proprio il 1975 (santo cielo, quanto tempo!), l’unico rimorso sentimentale di una vita di lì in avanti piatta e solitaria. L’aveva lasciata allora, senza nemmeno sapere bene lui stesso perché, quando lei gli aveva detto di avere una cosa molto importante da dirgli. Immaginava che volesse cominciare a parlare di matrimonio, figli, quelle cose che fan sempre le ragazze per incasinarti la vita, mentre lui si considerava ancora troppo giovane per impegnarsi seriamente per l’eternità. E poi aveva tutt’altri progetti… sì, progetti.
Sogni. In realtà poi non aveva mai concretizzato nulla dei suoi progetti. Né artistici né di carriera. Questa era la realtà.
Comunque, ora avrebbe dovuto riconoscere la nuova Silvia dall’abitino rosso geometrico, con la gonna sopra al ginocchio. Avrebbe avuto capelli corti con la frangetta… un po’ come Valentina? Ma cos’era, una sfilata di moda vintage? O era questa la sua idea di una sorpresa seducente per lui?
Sembrava proprio lo stile della vecchia Silvia del ’75, per un attimo lo percorse un brivido. Ma cosa andava a pensare, la Silvia del telefono aveva una voce così giovanile! Doveva avere circa una ventina d’anni… ed essere pure una tipa ben originale. Chissà come se la passava con quei gusti bizzarri, in uno di quei borghi così provinciali come quello dove s’annoiava lui. Beh, comunque le piacesse vestirsi, a lui sarebbe andato bene, non era mica uno stilista. Del resto, era la prima donna che faceva capolino nella sua vita monotona da… da troppo tempo ormai. L’avrebbe accolta anche se arrivava in tunica e calzari!
Infatti contò le ore,che gli sembrarono eterne,fino alle ventuno del giorno seguente, quando si recò puntuale alla stazione, ben vestito con la giacca e con una leggiadra rosa rossa comprata dal marocchino accanto alla biglietteria, che sperava avrebbe fatto pendant coll’abitino di lei, di qualunque epoca fosse.
Ma, dopo aver aspettato come sapeva essere destino degli uomini con le donne, nonostante le sue poche e ormai remote esperienze in materia, alle ventitré aveva ormai sfinito gli addetti dell’ufficio movimento della stazione con le sue domande sui treni in arrivo e da dove e con quali fermate sul percorso. Era anche stato perquisito dalla PolFer per quel suo insistente bighellonare su e giù per la banchina del secondo binario. Alla fine dovette darsi per vinto e desistere.
Nessun errore, lei non era venuta. In poche parole lo aveva bidonato.
Tornò a casa sconsolato e passò il resto della notte nel buio della sua stanzetta a lambiccarsi sul perché la donna del telefono potesse aver acconsentito a quell’appuntamento, per poi dargli bucacosì senza motivo: non era mica uno stalker, sapeva solo il suo nome, né il numero da cui gli telefonava lei né il suo indirizzo. Non avrebbe mai potuto molestarla, neanche volendolo…in fondo loro si parlavano solo perché lei lo chiamava.
Le luci dell’alba lo illuminarono sveglio, sdraiato sul suo letto ancora vestito, con occhiaie profonde da vampiro e conficcato in mente quell’unico oggetto misterioso che aveva trovato sul binario desolato mentre l’aspettava invano: una vecchia valigia, grossa e pesante, contenente un completo corredo di vestitini da neonato, perfettamente coordinati nel loro stile rétro. Puri anni Settanta piovuti dal cielo. Né un documento né il benché minimo indizio su chi avesse potuto dimenticare lì quella sera un reperto storico di circa quarant’anni addietro. S’era rigirato fra le mani i vezzosi vestitini come se fossero ritrovamenti archeologici, marziani. E dopo la perquisizione aveva pure dovuto lasciare tutto in custodia ai poliziotti della stazione non potendo certo dimostrare che quella fosse roba sua. E non magari roba da attentati, si sa mai. O che fosse stata lasciata lì per lui da una donna misteriosa che nessuno aveva visto scendere alla stazione, né partire.
Né esistere.
Nulla garantiva che la valigia fosse stata abbandonata sul binario dalla Silvia delle Nove. Una donna vestita come un fumetto di Crepax non passerebbe inosservata, neanche a un ferroviere. Ma due misteri contemporaneamente, ad Alto Reno Terme, non possono non essere collegati. E poi erano tutti e due legati a quello stile rétro…
Non riusciva più a smettere di pensare al ritrovamento della misteriosa valigia e,contemporaneamente,alla Donna delle Nove e al suo “tradimento”. Perché l’aveva fatto? Che cosa c’era sotto? Che collegamento c’era fra i due fatti?
Contemporaneamente, ora non riusciva a non mettere alla sconosciuta del telefono il volto dell’ormai dimenticata Silvia del ‘75: possibile che ci fosse un impensabile collegamento fra le due? E cos’era che la sua fidanzata dell’adolescenza avrebbe voluto comunicargli allora di “molto importante”e che lui scelse di non sapere mai? Poteva forse essere una gravidanza imprevista? E, se lo era, com’era concepibile che lei avesse aspettato cinquant’anni per fargliene avere le prove? Oggi quell’ipotetico figlio sarebbe comunque stato un adulto…
Chi c’era realmente all’altro capo di quel telefono?
Per l’intera giornata fu silenzioso, distratto e intrattabile al lavoro. Ridusse al minimo i contatti col mondo esterno adducendo un generico (credibilissimo) mal di testa da cattiva nottata per evitare troppe domande sul cos’hai, ma c’è qualche problema e così via. Tornò a casa il più in fretta possibile, non vide nulla del notiziario serale sui drammi che laceravano il mondo anche quel giorno, cenò il più sbrigativamente possibile con una scatoletta di tonno e due pomodori del supermercato, quindi evitò anche il passaggio televisivo del film Predestination, su cui in un’altra serata si sarebbe gettato golosamente. Cercò disperatamente di non guardare fisso la cornetta del telefono muto,cercò di non transitarle neppure troppo vicino. Ma comunque non poté evitare di passare ogni dannato, interminabile minuto dalle venti e quindici fino alle venti e cinquantanove e cinquantanove secondi nella sfibrante attesa di sentire il suo trillo. Di avere ancora una possibilità di parlarle. Di chiederle finalmente perché l’aveva beffato in quel modo. E che cos’era la valigia del neonato.
Quarantaquattro minuti possono durare più di una vita? Possono.
Alle ventuno spaccate il telefono trillò. Scattò verso l’apparecchio come un tarantolato. Si fermò un istante, vergognandosi di farsi sentire tanto ansioso per il loro appuntamento. Il secondo trillo lo fece sobbalzare come una frustata. E se fosse stato il suo collega Romito per la partita a bowling? No, proprio a quell’ora non era possibile, no!
Il terzo squillo gli diede una scarica da sedia elettrica. Non resistette oltre e sollevò la cornetta abbaiando “Pronto!” come se fosse il suo ultimo respiro.
-…Silvia?
-Buona sera André.
La voce all’altro capo lo calmò. Era lei (ormai lo chiamava sempre anche lei con quel diminutivo con cui lo conoscevano tutti in paese, come se fossero amici da anni). E chi altri avrebbe potuto essere, esattamente alla sua ora? Eppure aveva il cuore alle soglie dell’infarto.
-Allora sei tu?
-Aspettavi qualcun’altra?
Percepì l’ombra di un sorriso anche senza vedere le sue labbra piegarsi.
-No, certo. Ma perché non sei venuta alla stazione ieri?
-Non fare anche lo stronzo adesso.
-Io? Ma se ti ho aspettata tutta la sera come un deficiente?! Tutta la sera in quella stazione come un idiota, alla fine persino i poliziotti…
-Falso, sei un’ipocrita! Io sono venuta alla stazione e tu non c’eri!
Adesso lei gridava.
-Non c’eri, non c’eri! Non ci sei mai stato!
Era autenticamente furiosa.
-Ma cosa vuol dire?
-Lo sai benissimo! Io sono venuta alla stazione, non ti ho trovato, ho aspettato e aspettato. E sperato. Speravo che avresti avuto almeno un briciolo di cuore, lo scrupolo di vedere come stava il bambino, invece niente. Allora mi sono incamminata verso casa tua, portandomi la valigia e il bambino, come un’emigrante. Sono arrivata esausta e tu non eri neanche lì! Eri scappato, l’unica cosa che sei stato capace di fare!
-Il… bambino?
-Sì, certo, il bambino. Tuo figlio, volevo fartelo vedere anche se tu non hai mai voluto nemmeno sentirne parlare! Invece eri già scappato anche da casa tua, sarai stato a Rimini da tua zia, a prendere il sole, dì la verità!
-Ma di cosa parli, Silvia… mia zia Adele è morta da trent’anni e io non ho mai avuto… ma dov’è che sei andata a cercarmi?
-Dove? E dove vuoi che vada a cercarti, al comando della Legione Straniera? Sono andata a casa tua, in via Borgolungo, no? Col bambino che piangeva, piangeva… non sapevo più cosa fare per calmarlo, ero così disperata…
-Ma… io abitavo lì da ragazzo, Silvia. Come facevi a saperlo? Io abito in via della Resistenza da più di…
-Ma piantala di far giochetti, miserabile! Posso anche capire che non mi amassi veramente, ma come fai a restare così insensibile anche di fronte a tuo figlio? Non avrei mai pensato che potessi raggiungere quest’abisso di meschinità, davvero.-
Silvia… aspetta, posso farti una domanda che ti sembrerà strana?
-Non c’è niente di te che non mi sembri strano, André. Tu sei… inconcepibile.
-Va bene, senti: mi dici che giorno era ieri per te?
-Come che giorno era? Il trenta agosto no? Perché, a casa tua che giorno era?
-Certo, il trenta agosto. Ma di che anno?
-Di che anno? Del 1976, no? Perché, tu in che anno vivi? Già, il lettore di fantascienza sarà come minimo nel duemila su Marte, vero? Quanto mi fai pena…Chiuse la comunicazione. E rimase a fissare un punto insignificante nel muro bianco dinanzi al telefono per circa un secolo. Con gli occhi sgranati fuori dalle occhiaie da vampiro.
Del 1976.
Del 1976, no?
Millenovecento
                               Settanta
                                                Sei.
Il bambino.
Il suo bambino.
Nato nel millenovecentosettantasei. Mai riconosciuto, mai visto.
Non era possibile. Oddio, mettere incinta una ragazza per sbaglio è una grossa sciocchezza, ma può anche accadere. Era successo tante volte, anche in quel piccolo paese, forse perché non c’era poi granché d’altro da fare… Quello che non è possibile è non venirne a sapere niente del tutto per quarant’anni. E poi Silvia adesso avrebbe sessant’anni pure lei, come potrebbe avere ancora quella voce acuta da ragazzina…
Il bambino. Il bambino? Un adulto quarantenne ormai.
Che faccia avrà avuto ora, che voce… che uomo sarà stato ormai quel bambino, venuto su senza mai conoscere il padre? Forse Silvia aveva deciso di punirlo. Sì, doveva essere la sua vendetta per averla lasciata così di punto in bianco. Lei era rimasta incinta e lui non aveva voluto più saperne di lei. Di più, era riuscito a non sapere nemmeno il fatto in sé, per continuare a vivere la sua vita con leggerezza. Con il sorriso insanguinato dell’innocenza che si può avere a vent’anni. Aveva ragione, era stato un vero stronzo. Totale.
Ma com’era stato possibile che lei non l’avesse più cercato, che non fosse esploso un piccolo scandalo di paese? Mica era passato in un’altra dimensione. Forse Silvia era andata a vivere altrove per il dispiacere, per sfuggire le malelingue…
E adesso era tornata. Anziana, amareggiata. Disperata. A prendersi la sua vendetta. Prove su prove per rifare la voce da ragazza e riproiettargli per qualche istante il film in Super8 della sua gioventù. Per scendere dal treno, lasciare sul binario la valigia e ripartire inosservata. Per lasciarlo lì a crogiolarsi nella colpa. Nel senso di colpa che finalmente adesso avrebbe sentito.
No, non era possibile, questo era un giallo, Che fine ha fatto baby Silvia. Nella vita reale non succedono queste cose.
L’indomani mattina le occhiaie superavano quelle di Nosferatu. Telefonò al lavoro dicendo che non stava bene. Sacrosanta verità. Se era un giallo bisognava indagare.
Silvia si chiamava Rosselli di cognome. Abitava a Madognana. Evitò la stazione, ci andò in auto. Cercò l’edificio del Comune, chiese dell’ufficio anagrafe. All’impiegata mummificata dietro al bancone chiese se era possibile rintracciare una certa Silvia Rosselli, che lui… insomma, conosceva tanti anni fa lì in paese e poi l’aveva… sì, l’aveva persa di vista per molto tempo. Però ora, se fosse stato possibile, avrebbe tanto gradito.
-Non è possibile, signore.
-No? Perché?
-Perché a Madognana c’è stata una sola Silvia Rosselli. E risulta defunta da molti anni. Credo anche di ricordare vagamente la famiglia, ora che mi ci fa pensare… massì, i Rosselli, vedevo sempre la signora dal panettiere, sa quello…
-Defunta? E può dirmi defunta da quanto, signora?
-Ma certo. Dall’agosto 1976. Ora me lo ricordo, era stata una tragedia così… maddìo, povera ragazza, una fine così triste.

Cercò l’edificio della Biblioteca Comunale, chiese dell’emeroteca. All’impiegata mummificata davanti al computer chiese se era possibile consultare qualche numero del quotidiano locale, dell’annata 1976. Di fine agosto per la precisione.
Non fu una ricerca difficile. Dalla prima pagina del 31 agosto 1976.
“Tragedia per amore? Madognana scossa dal suicidio della giovane Silvia Rosselli. La ragazza ventenne si è tolta la vita ieri sdraiandosi sui binari poco fuori della stazione ferroviaria di Porretta Terme. A rendere ancora più tragico e inspiegabile il suo gesto, il fatto che la giovane abbia tenuto in braccio anche il figlio Omar, di soli sei mesi. Anche il piccolo è dunque perito insieme alla giovane mamma, travolti entrambi dall’espresso delle 21 per Bologna. Sconvolta la famiglia, che la descrive come una ragazza tranquilla che non aveva mai dato segni di depressione. Forse all’origine dell’insano gesto proprio la recente gravidanza della giovane, ancora nubile. Resta ignota l’identità del padre del bambino che la povera Silvia ha voluto portare con sé in quell’ultimo viaggio; la famiglia mantiene…”
Uscì dalla biblioteca sconvolto e tornò di filato a casa come un giocattolo caricato a molla.
-Digiti uno se desidera informazioni sul suo piano tariffario, due se desidera attivare la promozione, tre se desidera…
-Buongiorno, avrei bisogno di un’informazione. Ho ricevuto alcune chiamate al numero di casa per errore. Vorrei sapere se è possibile risalire al numero da cui provenivano quelle chiamate.
-Certo signore. Mi dica il suo numero… sì. Desidera ricevere un tabulato completo delle chiamate in entrata sul suo numero, signore?
-Sì, mi sarebbe molto utile, grazie.
-Se mi inoltra una richiesta via email, posso inviarglielo allegato alla risposta.
-Lo faccio subito, grazie mille.
André scrisse immediatamente la richiesta, attese ansiosamente la risposta dell’assistenza clienti del suo operatore telefonico, stampò l’allegato e si mise a compulsarlo come un invasato.
20 agosto 2016 – ore 21 – chiamata da: …numero non disponibile.
21 agosto 2016 – ore 21 – chiamata da: …numero non disponibile.
22 agosto 2016 – ore 21 – chiamata da: …numero non disponibile.

31 agosto 2016 – ore 21 – chiamata da: …numero non disponibile.
-Digiti uno se desidera informazioni sul suo piano…
-Buongiorno, sono ancora… ah, non ho parlato con lei. Ecco, le rispiego: avevo chiesto il tabulato delle chiamate in entrata sul mio numero perché nei giorni scorsi ho ricevuto una serie di telefonate da una persona sconosciuta e volevo risalire al numero da cui mi chiamava. Però a tutte quelle chiamate è associato un “numero non disponibile”. Cosa significa?
-Significa che il numero da cui è stato contattato è riservato, signore, oppure non è presente nei nostri elenchi.
-E quindi come posso…
-Tramite l’operatore non è possibile, signore. Se ritiene, può sporgere una denuncia alla Polizia Postale che…
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Dalla prima pagina del Resto del Carlino, 2 settembre 2016:
“Finisce in tragedia il mistero della valigia. Misterioso suicidio di Andrea Tomassini, da tutti detto André, ieri sera a Porretta. Né i colleghi né i pochi amici dell’uomo, scapolo e riservato,sanno spiegare le ragioni che possano averlo spinto a mettere fine drammaticamente alla propria vita, sdraiandosi sul secondo binario a poca distanza dalla stazione ferroviaria dell’Alto Reno. Mistero nel mistero, il sessantenne André ha messo in atto la sua estrema decisione attraverso un simbolismo che nessuno di coloro che lo conoscevano come un individuo ‘normale e tranquillo’ ha saputo spiegare. Ieri sera, poco prima delle 21, André è riuscito a trafugare dal magazzino della PolFer la valigia degli anni ’70 con il corredo da neonato rinvenuta pochi giorni fa dagli agenti sulla banchina. L’uomo ha quindi atteso il passaggio dell’espresso per Bologna tenendosi la valigia stretta al petto. Il Tomassini viveva solo e non risulta che avesse figli: un gesto di follia o forse una tardiva delusione sentimentale destinata all’oblio insieme al suo protagonista?”
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