Nadia Cortese

Nadia Cortese was born in Bergamo in the distant ’78 in the so called “years of lead”, between the scandalous hymns of punk and the psychedelic lights of the discoteque.
Growing up on bread and horror, she discovered writing early, thanks to poetry, which allows her to imprison her personal emotions on a daily basis. Classical studies and the discovery of the world of comics allow her to broaden her knowledge and use her imagination to write stories, now destined to various websites, and collaborations as a screenwriter.

Cover art by Valentina Tanca

GLI UNTORI

L’odore pungente della carne ben cotta stava vagando oltre l’orizzonte, solleticando le nuvole grazie a una piacevole brezza serale. Il fuoco era stato acceso nelle prime ore dell’alba. La legna di quercia era stata portata con tutta fretta da un gruppo di taglialegna del luogo, solitari nerboruti uomini della boscaglia che, per ovviare alla richiesta, avevano lavorato tutta la notte. Diversi quintali di ottimo legname erano stati accatastati sotto due pali innalzati al centro della piazza. Fascine, tronchi e della paglia per far attecchire meglio le fiamme. 
Con celere affanno la popolazione, o meglio quello che ne restava, si era data da fare perché l’esecuzione avesse luogo, subito, senza esitazioni.
“Bruciateli vivi!”
“A morte la corruzione e il vizio del peccato.”
“Arrostite quei luridi bastardi! Maledetti!”
Tutta la notte una piccola folla in preda al livore aveva vegliato quell’altare della morte.
Ai primi raggi del sole nuovo i due untori vennero issati come prede in trionfo.
Sputi, pietre, insulti come frecce avvelenate venivano scagliati verso i deportati.
La situazione era surreale. Non tanto perché si stava consumando un rito medievale nel 2020 dopo Cristo, ma piuttosto perché un’orda di individui, in avanzato stato di decomposizione, stava inveendo con ferocia verso due eleganti, distinti e sani giovani. 

Il morbo si era diffuso con silente velocità circa sei mesi addietro. I primi segni dell’epidemia furono riscontrati sugli animali. Parecchie mucche avevano manifestato insofferenza; inizialmente con comportamenti inconsueti come rabbia improvvisa e autolesionismo. Poi con tagli sanguinolenti sul dorso che, nel giro di poche ore, mutavano in squarci da cui colava un liquido giallastro misto a sangue necrotico. Gli animali dimagrivano nel giro di poche ore emanando un forte odore di putrefazione. Da pochi casi si passò, in breve, a centinaia di esemplari. Quando i fattori iniziarono a preoccuparsi era già tardi. 
La pestilenza aveva gettato le sue reti. 
Alle prime avvisaglie gli allevatori praticavano l’eutanasia su quei poveri animali, ormai carcasse repellenti che faticavano però a trovare la pace eterna.
Il primo caso tra gli umani fu quello di Olivo Giansanti, allevatore sessantacinquenne dalla solida costituzione. Si alzava tutte le mattine alle 5 in punto. Velocemente si masturbava in bagno, una sciacquata veloce, senza eccessiva cura, e poi di corsa dai suoi animali.
Quella mattina qualcosa andò storto. Mentre agitava il suo giocattolo, pezzi di pelle iniziarono a costellare il pavimento già non troppo pulito. Più l’estasi solitaria si avvicinava, più l’organo in tensione si apriva come un libro al vento. Il bruciore acuto, difficile da gestire, lo costrinse a fermarsi e a rendersi conto che un’improvvisa cancrena stava macerando la sua carne. L’organo riproduttivo si sfaldò in pochi istanti tra dolori atroci; fu l’inizio di una veloce putrescenza dell’intero corpo.
Era un vecchio querulo, Olivo, poco avvezzo alla condivisione, mal visto dagli altri colleghi con cui non perdeva occasione di battibeccare. Ma quella era un’emergenza, fanculo i contrasti! Accantonò ogni remora e, mentre la sua dura corazza si sfogliava rapidamente, si precipitò a cercare aiuto. 
Il contagio fu immediato. Da quell’ episodio il seme di una nuova peste si diffuse prima tra i fattori, poi si estese all’intera popolazione. 
I corpi delle vittime, come per gli animali, si spegnevano solo dopo lo strazio delle membra. La pelle, la carne e gli organi interni cadevano letteralmente riducendo a brandelli i poveri malcapitati. 
“Qui la situazione sta precipitando Carlo! Sei il sindaco, è giunta l’ora che tu faccia qualcosa!” Paonazzo in volto il medico del paese scagliò la sua frustrazione. 
“Sei tu l’uomo di scienza, io non so che fare!” L’occhio del sindaco indugiò sulla vistosa macchia, simile a una bruciatura, che il suo interlocutore aveva sul braccio sinistro. Guardandola bene sembrava si muovesse. Come una pietanza che ribolliva sotto la pressione del calore. 
“Sei un bastardo! Il nostro paese è invaso dagli zombie, perché in questo si stanno trasformando i nostri concittadini! Molti vengono fatti sparire dai parenti, abbracciando la loro cara pietà cristiana. Gli altri si scarnificano prima di morire. Prendi provvedimenti!” Il sufflè che ribolliva sull’arto borbottava insistentemente, come se la delizia interna volesse eruttare. 
“Torna al tuo lavoro, tutto si sistemerà. Non essere pessimista!”
Un olezzo fastidioso si liberò nell’ufficio di Carlo; la bolla sul dorso del medico scoppiò facendo schizzare un cremoso infetto in varie direzioni. I due si guardarono. Sulla fronte dello scienziato gocce di sudore freddo iniziarono a piovere incautamente.
“Dottor Moretti, lei non sta bene. VADA VIA.” 
“Io sto…sto benissimo.” 
Del braccio ormai rimanevano dei filamenti e alcuni fasci di muscoli. 
Don Fausto era seduto all’interno del confessionale. Indossava un saio con un cappuccio e due guanti di lana molto pesanti. L’unica cosa visibile era la sua voce: cavernosa, quasi baritonale. 
Carlo si sedette dall’altra parte, avvolto da un elegante mantello in seta nera.
“Padre, si sbrighi! Per cosa mi ha fatto chiamare?”
“Si calmi signor sindaco. Il tempo speso per abbeverare la pazienza è sempre ben speso.” Il sussurro ruvido del prete irritò non poco il primo cittadino.
“C’è un’epidemia che sta decimando la popolazione. Sembrano tutti cadaveri ambulanti. Ad alcuni mancano occhi, orecchie, arti! Siamo tutti infetti, anche io probabilmente ho le ore contate!”
“È il male mio caro amico. Il male è tra noi! Si sta diffondendo, anzi qualcuno lo sta diffondendo! ”
“Cosa? Ammetto che anche io ho preso sottogamba la questione ma non voglio credere che punizioni divine ci stiano uccidendo!” Un tono leggermente comico colorò la voce di Carlo. 
“Quando la morte esce dal buio e azzanna la vita nella sua giugulare, facendo schizzare il plasma in ogni angolo di questa terra vuol dire che qualcosa di malvagio sta danzando sulle nostre carcasse.” Il silenzio si fece sentire con prepotenza. 
“Carlo, abbiamo poco tempo. Troviamo chi sta imbrattando con lo sterco degli inferi la nostra gente! Cerchiamo tra chi non è stato toccato!” Il prete alzò la voce facendo rimbombare ogni parola tra le mura della chiesa. “Afferri la mano di Dio!” 
“Questo è un paese di bifolchi, solo massaie invidiose delle torte ben levitate delle vicine! Lei, in pratica, mi parla di streghe ed emissari del demonio! Siamo nel 2020!” Visibilmente spazientito il sindaco si alzò come per mettere fine a quel colloquio assurdo. 
“Abbiamo anche giovani devoti al vizio e alla lussuria, agghindati come opere squallide di un artista in declino. Carlo, potrebbe essere l’occasione per dare una ripulita a questo posto. Sta marcendo all’esterno ma è nel suo sottobosco che fermenta il bacillo contaminato.”
Il sindaco sospirò pesantemente. Sapeva di cosa stava parlando il sacerdote. In altre occasioni aveva espresso il disappunto verso presunte congregazioni dall’aura misteriosa frequentate da ambigui giovinastri. 
“Che posso fare d’altro? La clessidra di pietra ha iniziato la sua conta. Va bene, mio malgrado mi affido a voi, Don Fausto.” 
Un luccichio appena percettibile illuminò la pupilla, nascosta nel buio, del religioso. Una mano scivolò furtiva sotto il saio, come per placare il sentimento di eccitante felicità. 
Una debole fragranza di morte rimase nel confessionale vuoto. I due rappresentanti dell’integrità civile e morale lottavano insieme ora contro il tempo: l’ artiglio del trapasso stava per solleticare anche la loro carne. 
Il giorno dopo il paese fu chiamato in un’adunanza d’emergenza al centro della piazza. Che immagine desolante! Un tramonto dello sconforto negli sguardi vitrei di un popolo allo stremo. 
“Che vuole il corvaccio nero?” “C’è pure quell’invertebrato del sindaco.”
Un mormorio incessante vibrava i palati ansiosi dei morti ambulanti. 
Don Fausto salì sul palco in legno, usato abitualmente per le feste patronali, nascosto nella sua oscura divisa. 
“Fedeli, siamo chiamati a una prova durissima! La prova della fede! Quello che sta accadendo nella nostra amata terra è il sintomo di un morbo peggiore: quello del diavolo! È qui, tra noi. Ha preso casa nei corpi di ingenui, ora vettori di una pestilenza che ci sta sotterrando. Noi dobbiamo cercarli, trovarli e immolarli per il bene di tutti noi.”
Avvolti da sudicie bende, alcuni appestati chiesero all’appassionato ecclesiastico chi fossero questi indemoniati. In fondo, a loro importava solo fermare la moria dilagante, che quelli fossero discorsi di un’era sepolta era superfluo. 
Nel frattempo non tutti avevano presenziato all’assemblea. In una grotta tra le sterpaglie della boscaglia alcuni ragazzi stavano discutendo tra loro. 
Mentre altri parlavano di loro. 
“Baudelaire era un rozzo beone prestato a salotti puliti, nient’altro che un sudicio pazzo.” 
“Divertente questa considerazione, se non fosse che è stata vomitata da uno spocchioso pipparolo che non conosce la storia né tanto meno la letteratura!” Infastidito Romeo aggiustò la piccola piega formatasi sul lato sinistro della sua giacca a doppio petto.
“Era un folle visionario, ammettilo! Nulla in comune con Wilde, vero esponente del dandismo. Il fascino, la ribellione sempre stilosa, l’ambiguità…” 
“Calmati, così ti sporchi i pantaloni, Elia! Wilde era un profittatore, la dialettica era al servizio del suo estroso vivere. Viziato e spocchioso, mi ricorda qualcuno!” 
I due giovani erano visibilmente nervosi, succedeva ogni volta che si discuteva su chi dovesse essere il loro punto di riferimento tra gli esponenti della cultura decadente. Quella che svisceravano nei loro incontri segreti, tra libri, vino e sesso promiscuo. Una voce improvvisa interruppe la diatriba.
“Che noiosi! L’unico dandy a cui dovremmo offrire la nostra ammirazione è David Bowie!” La delizia di Michelle esplodeva anche quando era inopportuna. Come una gatta in calore si avvicinò ai due duellanti. 
“Su tesoro, lo sappiamo tutti che anche tu hai una meraviglia floreale tra i malefici di cui sei capace; e tu mio bel poeta maledetto non è un segreto che sia affine ai vizi del tuo uccello come il caro vecchio Oscar!” Una fragorosa risata sbottò come lava improvvisa tra i presenti.
Erano tutti uomini giovani, curati e devoti alla gioia dell’arte. In ogni aspetto possibile. Figli e nipoti dei poveri disgraziati che spalavano letame per un tozzo di pane, ma loro aspiravano ad altro che marcire in un paese modesto della provincia. 
A volte leggevano opere proibite, altre imbastivano simposi appassionati sul valore degli autori in cui s’imbattevano.
Michelle era l’unica donna ammessa; bella, spregiudicata, un narciso sprecato in quella distesa di sterpaglie. Si lasciava ammaliare dai discorsi pomposi della piccola società segreta e in cambio donava leggerezza. Tra le pieghe di una pelle chiara come la luna e morbida come la seta. 
Quando Michelle si palesava era chiaro come dovesse finire la serata.
“Michelle vattene! Ragazzi è meglio che andiamo tutti via. Vengo dalla piazza e pare che la nostra condotta non sia ben vista. Non avete idea di cosa dicono.” Uno dei giovani dandy, con un tono apocalittico, irruppe nel nascondiglio.
Nessuno di loro si era ammalato, la peste non li aveva sfiorati. Forse la cura maniacale del proprio aspetto, forse una coincidenza inspiegabile o forse altro. 
Tutti si guardarono negli occhi. 
La maggior parte abbandonò la spavalderia e sparì nel paesaggio impervio. 
Elia e Romeo furono fermati da Michelle.
“Non posso credere che anche voi due scappiate come topi. Che direbbero i vostri amati letterati?” La piccola intrigante aprì il soprabito, era completamente nuda! 
“Che vogliono da voi? Arrestarvi per sestine immorali? Avanti ragazzi, voi siete di una pasta superiore!” 
La folla inferocita, al seguito dell’inquisitore, arrivò alla grotta al calar del crepuscolo. Come se sapesse il punto esatto dove cercare, il sacerdote guidò, senza esitazioni, il suo gregge malconcio aizzandolo a una vendetta atroce verso quelli che ormai erano stati decretati come colpevoli. 
Il primo cittadino, invece, dovette abbandonare la spedizione, in preda a una febbre feroce; preambolo di un disfacimento fisico che avrebbe avuto luogo a breve.
I corpi dei tre blasfemi erano un tutt’uno, un groviglio sacrilego accompagnato da urla e sospiri animaleschi. Così li trovarono. Tra libri eretici, immersi in un’altra dimensione: quella del male! 

I morti viventi eseguirono la sentenza di morte del Santo Inquisitore. Consegnarono le anime miscredenti al fuoco purificatore. L’epidemia si sarebbe fermata! Le piaghe si sarebbero asciugate e finalmente avrebbe regnato la rettitudineI due ragazzi furono arrostiti come animali. Michelle fece perdere le sue tracce… 
“Possiamo fermare il morbo adesso mio signore?”, chiese la ragazza sorridendo maliziosamente. 
“Certo mia amata. Ora, finalmente, li abbiamo tutti in Pugno!” Don Fausto si tolse il saio e rivelò la sua vera natura mentre tirava verso di sé la sua giovane sposa.